#coglioneNO, ma neanche creativo improvvisato

La metafora usata da Zero per raccontare le situazioni imbarazzanti in cui può trovarsi un libero professionista del ventunesimo secolo (che ci piace tanto chiamare freelance, forse perché è più corto) è così paradossale da essere efficace e al tempo stesso divertente, pur raccontando un problema estremamente serio. Lo definirei l’umorismo pirandelliano applicato ai giorni nostri.

Se non avete ancora visto i tre video del giardiniere, dell’antennista e dell’idraulico, vi consiglio di farlo ora, prima di continuare a leggere.

Così come per i tre lavoratori dei video, è inevitabile essere solidali con tutti quegli artisti che fanno della creatività e della multimedialità la loro professione. E sottolineo professione. Perché talvolta si ha l’impressione di trovarsi davanti a persone che si auto-definiscono artisti, piuttosto che compositori, designer, esperti di grafica o di reti sociali, pur non avendo nessun particolare titolo o merito per poterlo fare.

coglioneno_artista_improvvisato_creativo

Per diventare ricercatore devi studiare per anni e anni, per fare lo sportivo professionista devi allenarti ogni giorno e dedicarti con costanza alla preparazione tecnica e fisica, per fare l’avvocato ti serve una laurea, un esame di stato e un praticantato, per fare il medico devi studiare e fare tirocini. Anche per fare il fornaio devi apprendere il mestiere, così come per fare l’elettricista, il meccanico, l’orologiaio, il commerciante o il politico.

E in tutte queste professioni ha un ruolo determinante il feedback della clientela, o dei colleghi o dei superiori. Oltre a conoscere il mestiere, voglio dire, devi anche dimostrare giorno dopo giorno di saperlo fare. Per questo io credo che chiunque empatizzi con i lavoratori di #coglioneNO, che non a caso nei video mostrano di essere capaci ed efficienti nel proprio lavoro. E per questo è giusto che siano pagati.

Però non penso che il ragionamento possa essere esteso senza distinzione a qualunque tipo di lavoro creativo. Anche qui ci sono tecniche da imparare, corsi da seguire, segreti da conoscere, capacità da dimostrare. Certo, esistono anche artisti e creativi autodidatti, capaci di innovare, di creare tecniche nuove, di inventare  cose mai viste prima. E in questo caso è il pubblico stesso ad accorgersi del valore del lavoro (anche se a volte un po’ troppo tardi, purtroppo).

Fatte queste premesse, penso esista una forte distinzione tra chi il creativo lo fa in modo professionale, e chi invece si fregia del titolo di artista solo per darsi un tono. Se scrivi una canzoncina e la suoni nel garage con gli amici di scuola, non sei un cantante; se hai una reflex e scatti foto decorose, non sei un fotografo; se ti auto-pubblichi un libro, non sei uno scrittore; se hai un account Twitter, non sei un esperto di social media. Va bene la perdita di fiducia nelle università e nel sistema formativo, va bene il crollo dell’importanza dei titoli acquisiti, ma non si può nemmeno pensare di essere ognuno quel che si vuole semplicemente presentandosi come tale. O meglio, ci si può presentare come si vuole, ma non può bastare questo per giustificare il farsi pagare come un professionista. Professionisti non si nasce, ma si diventa.

Piacere, sono Gianluca. Sono un giornalista, uno scienziato, un blogger, un fotografo, un ballerino, uno scrittore, un chitarrista e un pallavolista, a seconda delle circostanze. Figo eh! Peccato che molte di queste attività siano hobby, non professioni. Purtroppo disegnatore non lo posso mettere nemmeno per finta: se vedeste un mio disegno vi assicuro che non avreste nulla da obiettare.

PS: Dei video #coglioneNO c’è una cosa che proprio non ho capito: perché nessuno dei tre lavoratori ha fatto un preventivo prima di mettersi a lavorare? Sarebbe una tutela per loro stessi, ma soprattutto sarebbe una garanzia per chi alla fine deve sborsare i quattrini. Giusto per evitare brutte sorprese… E anche questo è umorismo pirandelliano.

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3 risposte a “#coglioneNO, ma neanche creativo improvvisato

  1. Mah! In Italia sembra che rubi il pane anche se vai a vangare. Posto che viviamo nell’era del disprezzo per il lavoro – disprezzo feroce a volte – non so se abbia senso polemizzare per questa o quella categoria di sottopagati. Temo sia tardi.

    • Grazie Fausto per il commento. Sono d’accordo: esistono bravissimi professionisti che sanno lavorare bene e con qualità, ma sono sottopagati perché il valore di ciò che fanno non viene (ancora) riconosciuto.
      Purtroppo nelle professioni creative non sempre è facile distinguere tra chi lavora seriamente e chi invece è solo un ciarlatano, ma forse con il tempo e un po’ di buona volontà impareremo a distinguere le due categorie.
      Però non credo sia tardi, semmai per alcune nuove professioni è ancora troppo presto 😉

  2. Ma da esperienze di conoscenti anche davanti non solo a preventivi ma a veri e propri contratti, non si viene pagati il pattuito, magari solo l’acconto. Il vero problema è che per piccole cifre (diciamo anche mille euro, la paga con cui vivere un mese) non ti metti a fare causa visto il disastroso sistema giudiziario, ed anzi per i committenti che hanno le spalle forti a volte è conveniente minacciare una causa per infossare tutto.
    Poi c’è il grosso problema che a volte è difficile misurare alcuni lavori creativi, però anche per chi offre servizi più pratici vale quello che ho detto sopra; nel senso che una volta che il gabinetto è riparato se uno non ti paga non puoi manometterglielo, riprendendoti i pezzi sostituiti in quanto sarebbe un reato (furto).
    Una campagna di sensibilizzazione della gente verso il problema mi sembra un buon tentativo, anche perchè per queste professioni ad esempio un classico mezzo di protesta quale lo sciopero non avrebbe senso.

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