Scrivere di scienza, Tim Radford alla SISSA

Cronistoria del workshop di Tim Radford alla SISSA di Trieste, 26 giugno 2013. Spunti e storie dal giornalismo pre-internet, raccontati da un pezzo di storia vivente.

Tim Radford Mappe Trieste SISSA 26 giugno 2013

Tim Radford esordisce chiedendoci di essere aggressivi. Del resto, non c’è alcun motivo di non essere aggressivi quando si è giornalisti.

Per prima cosa Radford invita a porre molta attenzione alle parole della scienza, sia che si tratti di termini specifici, sia che si faccia riferimento a metafore come il vaso di Pandora o Frankentein.
Bisogna porre attenzione a come si usano le metafore e al perché se ne fa uso.

La prima cosa che uno scrittore deve ricordare è che deve essere letto. Bisogna quindi per prima cosa chiedersi se ciò che si scrive attirerà il pubblico. Nessuno ha mai comprato un giornale perché è interessato alla scienza. Perché? Perché la scienza è generalista, e nessuno è interessato ad argomenti generalisti. La scrittura deve essere sensazionale, e anche la scienza deve essere resa sensazionale. Non c’è nulla di male ad essere un giornalista sensazionale, ma anzi ha senso esserlo.

La biologia ha aggiunto al vocabolario inglese più si sessantamila parole, e questo ancora prima ancora del progetto genoma umano. La scienza conia nuove parole, perché descrive fenomeni fino a quel momento sconosciuti. E se Shakespeare aveva un vocabolario di trentamila parole, questo ci dice quante parole e quanta terminologia sia generata dalla scienza.

Passiamo alla fisica. Quel che per ciascuno di noi è solido, per un fisico delle particelle è spazio praticamente vuoto. Questo significa che la scienza fornisce concetti controintuitivi non solo quando parla di fenomeni esterni alla nostra esperienza, ma anche quando tratta ci ciò che vediamo e sperimentiamo quotidianamente.

Anche il direttore di Science capisce meno della metà dei concetti che vengono pubblicati nel suo giornale. E allora, come possiamo pensare che un politico, un cittadino o un giornalista capisca quello che viene pubblicato?

Uno stato libero richiede una stampa libera.

Non ci sono differenze – dal punto di vista del metodo – tra la pubblicazione di uno scienziato e quella di un giornalista. Scelta dell’argomento, scrittura della storia, revisione, pubblicazione, eventuale contestazione dei contenuti,… E allora dove stanno le differenze? Nel tempo di scrittura di un pezzo. In un laboratorio la stesura di un articolo richiede mesi, in una redazione giornalistica tutto avviene tra le 11 del mattino e le 9 di sera.

La cosa interessante del giornalismo è che il giornalista deve poter guardare in faccia il lettore, non la persona di cui sta scrivendo. Il giornalista deve essere letto, e quindi deve essere dalla parte del lettore. Se nessuno legge quello che scrivi, il tuo lavoro di scrittura non ha senso. Nessuno scrive per le persone già informate, ma per chi ancora non sa. E chi non sa vuole leggere cose semplici, e quindi la scrittura deve essere semplice.

Lo scopo del giornalismo è mantenere della società l’interesse, la curiosità, la generosità. Il giornalista rappresenta una grande tradizione. Non è solo un lavoro, ma è la responsabilità di dire alla gente quello che a davvero interessa loro, e di farlo raccontando una storia. La nostra specie vive di storie, impara con le storie e comunica con le storie.

La pagina sull’arte del Guardian era molto letta, mentre quella di scienza era piuttosto trascurata. E nessuno vuole scrivere una storia che non viene letta.

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