Pensare a come scrivere storie di scienza, Tim Radford a Trieste per Mappe2013

Tim Radford parla di giornalismo scientifico alla SISSA di Trieste. Nomina la parola “story” almeno una volta al minuto, riuscirà a far capire l’importanza di raccontare una storia quando si scrive di scienza?

I don’t care about science. I care about the story anche about the way to tell it to people.

Tim Radford Mappe Trieste SISSA 26 giugno 2013

La storia non si racconta solo con le parole, ma anche  – e soprattutto – con le immagini. E se vogliamo raccontare bene questa storia, le illustrazioni sono fondamentali. L’immagine non deve essere banale, già conosciuta o inespressiva. L’immagine deve essere parte della storia, deve dare il taglio e deve racchiudere un momento chiave della narrazione. Forse è più importante riflettere sulla scelta dell’immagine che sul testo dell’articolo.

Al momento di scrivere un pezzo come reporter, l’ideale è ascoltare qualcuno che abbia una propria storia da raccontare. Se la storia deriva direttamente dalla persona intervistata, sarà sicuramente una storia interessante, perché è autentica. Ciò che rimane da fare è aggiungere un’immagine che rappresenti la storia, tutto il resto viene da sé.

Il giornalista deve raccogliere storie, non semplicemente commentare le storie di altri. E le storie non si trovano sul web, perché quelle sono già raccontate.

Qual è la migliore storia da raccontare? “The basement”, la breve storia di curiosità in fondo alla prima pagina: la storia che tutti leggono, e che tutti i giornalisti vorrebbero raccontare. Le migliori storie si raccontano da sole, non hanno bisogno di armi o trucchi narrativi. Le storie che richiedono escamotage per essere raccontate non sono buone storie, that’s all.

Le storie migliori invece sono quelle che riguardano la quotidianità e allo stesso tempo rispondono a domande che non ci si è mai posti. Un esempio: come si forma la pellicina sulla superficie del tè quando la bustina rimane troppo a lungo? Ma ci sono anche altre domande più profonde, come quelle a cui tenta di rispondere la storia raccontata nel capitolo 1 della Bibbia, la Genesi. Ecco perché funziona così bene.

La scienza sotto forma di paper non è di per sé una storia, da sola. La storia deriva da come il processo di ricerca è avvenuto, oppure da come la ricerca si interseca con le storie della nostra vita quotidiana. Solo il giornalista scientifico ha il privilegio di scrivere su cose mai scritte prima, e ne ha il privilegio di farlo ogni giorno. Sono storie originali, occasioni da non perdere. Ad esempio, che cosa ha rappresentato la scoperta della materia oscura? Che il 73% della massa dell’universo è tutt’ora a noi completamente sconosciuto, e nessuno ha idea di cosa sia. Se non è una storia questa…

Nel giornalismo bisogna scrivere il meno possibile, e lasciare che sia il lettore a immaginare il resto. Ogni volta che si utilizza una parola lunga o complicata, si sta alienando il lettore. Ma, attenzione, Virgilio, Omero e la Bibbia sono i fondamenti della cultura europea: un giornalista deve conoscerli e confrontarsi con loro quando parla alla gente.

La scrittura comincia con la lettura, e la scrittura è per il lettore. Il take-home-message di Radford è quello di leggere, discriminatamente e indiscriminatamente, per capire quali storie funzionano e quali no, quali interessano e quali annoiano, quali attraggono e quali repellono. Altrettanto importante è scrivere, scrivere tanto. Non importa di che cosa si scrive e per cosa si scrive, ciò che conta è semplicemente scrivere e impratichirsi.

In cosa si assomigliano scienziati e giornalisti? Nel disinteresse per il denaro e nell’interesse per la loro funzione sociale. I giornalisti scientifici uniscono le due anime, e non scelgono questo lavoro per il denaro che se ne ricava. Vivere di giornalismo è possibile, ma è un mestiere che va imparato, non improvvisato.

Essere semplici, chiari, diretti e avere qualcosa di interessante da dire: 4 principi semplici per comunicare con efficacia con un lettore che non incontrerai mai di persona.

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